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Brexit, Johnson alza la voce e preme su May

LONDRA – Sino ad ora Boris Johnson era stato piuttosto in disparte rispetto al dibattito sui modi e tempi della Brexit dopo la vittoria nel referendum del 23 giugno, mantenendo una posizione defilata all’interno del governo di Theresa May. Ora però qualcosa è cambiato, col video in cui il ministro degli Esteri decide di aderire a ‘Change Britain’, una nuova campagna per fare pressioni sull’esecutivo affinché attivi in tempi rapidi l’iter di uscita dall’Europa.

I media del Regno Unito non hanno dubbi nel dire che in questo modo l’istrionico ex sindaco di Londra lancia una sfida al primo ministro e torna, irrimediabilmente, su quella ribalta politica nella quale non era stato di recente un protagonista.

La priorità per il Paese, ha affermato Boris nel messaggio registrato mentre parla da una scrivania quasi atteggiandosi a leader, è quella di riprendere pieno controllo su ”leggi, confini, fondi e commercio”, ancora nelle mani di Bruxelles. Fa così sentire la sua voce quello che era stato, insieme all’ex ministro Michael Gove, uno dei principali esponenti Tory nella campagna referendaria per il divorzio dall’Unione.

Ora dopo aver vinto alle urne è tempo di ‘fare’ la Brexit. La sua presa di posizione è destinata a creare forti e nuove tensioni nell’esecutivo in vista di quei negoziati sull’uscita dall’Ue rispetto ai quali May continua a prendere tempo sostenendo di voler avviare l’iter previsto dall’art. 50 del Trattato di Maastricht non prima del 2017. E c’è chi parla anche dell’inizio di una ‘scalata’ finale di Johnson a Downing Street.

Il capo del Foreign Office può contare su alcuni ministri ‘alleati’, da quello incaricato della Brexit, David Davis, a Liam Fox, titolare del Commercio internazionale. Spingono per la linea dura da tenere nel corso dei negoziati, riducendo al minimo la volontà di compromesso con l’Ue anche sul fondamentale punto della permanenza nel mercato unico, sostenendo che la Gran Bretagna può benissimo farcela da sola, con nuovi accordi commerciali bilaterali firmati con gli altri Paesi.

Non la pensano così le ‘colombe’ del governo che invece vorrebbero una Brexit ‘soft’, con un possibile accordo sui limiti all’immigrazione da scambiare con un compromesso in fatto di mercato unico. La May si trova in mezzo e ultimamente forse è apparsa più dalla parte delle cosiddette colombe. A fronte di una linea non chiara e temporeggiatrice della premier ecco che emergono diverse ipotesi sui due nodi centrali della partita.

Ci sarebbe una opzione canadese, che si rifaccia agli accordi tra Bruxelles e Ottawa, che lascerebbe libertà completa ai britannici sui controlli all’immigrazione ma non ci sarebbe un ‘passaporto’ finanziario per i colossi della City di Londra; oppure ci sarebbe la strada norvegese, con l’esempio del Paese scandinavo, membro dello Spazio economico europeo (See), a cui è garantito l’accesso al mercato comune ma in cambio del rispetto del principio di libera circolazione.

Fra le possibili soluzioni che vengono considerate, come ha affermato il ministro dell’Interno Amber Rudd, c’è anche quella dei permessi di lavoro per gli immigrati comunitari. Anche se, come lei stessa ha ammesso, i Paesi dell’Unione potrebbero in risposta imporre una serie di restrizioni ai sudditi di sua maestà, incluso l’obbligo di un visto per poter viaggiare nel continente.

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