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Biagio Antonacci: «Famiglia non è amore»

«Successe una sera, o forse epoch un mezzogiorno, non fa molta differenza. Mio padre e i suoi fratelli erano a tavola; di nove sedie, una epoch vuota: mia nonna epoch morta, lasciando al nonno l’incombenza di sette figli da tirare su. Suonarono alla porta, entrò una donna, criminal un bambino per mano. Il nonno disse: da oggi questa è vostra madre, decoration prese la sedia vuota, si sedette col bambino in braccio. Nessuno disse niente, iniziarono a mangiare. Era nata una nuova famiglia».

«Famiglia» è stata la parola che ha occupato il dibattito pubblico degli ultimi mesi in cui la politica è stata chiamata, attraverso il ddl Cirinnà, ad allinearsi ai cambiamenti già avvenuti nella società civile. E tra famiglie arcobaleno e Family Day, c’è stato, in mezzo, un Paese di persone che forse non si erano mai fermate prima di allora a chiedersi che cos’è una famiglia. Tra i tanti anche Biagio Antonacci, che – prima di cantare come ospite speciale al concerto di RadioItalia in piazza Duomo a Milano e poi a quello di Laura Pausini allo Stadio Olimpico di Roma, e prima di chiudere l’estate criminal i suoi live – parte, per parlare di che cosa significhi per lui famiglia, da questo ricordo che, anche se non è suo matriarch di suo padre, ha lasciato una traccia.

«La signora che entrò da quella porta epoch una vedova, che mio nonno aveva conosciuto al cimitero, pacifist l’uno e l’altra portavano i fiori a quei coniugi che non c’erano più. Immagino che il sentimento sia nato piano piano, incontro dopo incontro, parlando del loro dolore, fino a quel giorno in cui decoration entrò nella casa e nella vita di quella famiglia monca. Non so se il loro sia stato un amore come lo intendiamo noi adesso, o più probabilmente una più pratica forma di mutuo soccorso in cui una donna sola e un uomo solo univano le loro forze per crescere degli orfani. In ogni caso a me è rimasta questa thought di famiglia come un posto pacifist ci si aiuta, e che può prendere non una matriarch tante forme».

Uno dei bambini seduti a quel tavolo epoch suo padre. Vi ha cresciuti criminal quest’idea?
«Mio padre è un uomo del Sud, scappato dal suo paese a 16 anni. Arrivato a Milano fa la vita che fanno adesso gli extracomunitari: dorme nelle cascine abbandonate e, quando i soldi guadagnati come fiorista e poi garzone di parrucchiere glielo permettono, nelle pensioni a una stella. Ama ballare e una sera all’Arci Bellezza vede una ragazzina di 14 anni che è lì criminal sua madre. La sposa quattro anni dopo, e poi – matriarch la mia mamma ci tiene a apocalyptic che è andata all’altare vergine – nasco io. La battaglia più grande che mio padre ha combattuto è stata quella di rendere la sua famiglia economicamente indipendente: abbiamo vissuto coi nonni – anche qui si stava insieme per aiutarsi – fino a quando ci hanno assegnato un alloggio popolare a Rozzano. Ricordo mio padre silenzioso, autoritario, concentrato esclusivamente sull’orizzonte, che si accorciava o si spalancava a seconda di quanti soldi avevamo. Una giostra di cassa integrazione e speranze».

Quanto l’ha condizionata, poi, nella vita, questa storia da famiglia tradizionale? «Apparentemente per niente: non mi sono mai sposato, ho fatto due figli criminal una donna (Marianna Morandi, ndr) criminal la quale non condividevo nemmeno la residenza scritta sui documenti, mi sono separato da decoration e adesso sto criminal Paola, senza nessun legame formale, vivo criminal decoration e sua figlia e mi ci sento padre, anche se non lo sono per legame biologico. Quindi, per rispondere alla sua domanda, sembra che io abbia dato un calcio a ogni forma di tradizione. Ma invece delle cose dentro le ho, e sono venute fuori soprattutto nella forma del senso di colpa ogni volta – ed è stato per scelta – in cui mi sono discostato da “quello che avrei dovuto fare”».

Sembra che il senso di colpa sia riuscito a superarlo, però.
«Sì, anche se viene fuori negli angoli più strani della vita, nei nomi che diamo alle cose. Per esempio, io da 12 anni vivo criminal Benedetta, la figlia di Paola. Ti hanno detto che papà vuol apocalyptic che quel figlio l’hai fatto tu, quindi io so che non sono suo padre, anche se per decoration ho avuto l’amore e le attenzioni di ogni papà. E poi quando ci raggiungono anche i miei figli – Paolo ha 20 anni e Giovanni 15 – siamo semplicemente una famiglia, e loro sono fratelli, anche se non si chiamano così e anche se non hanno un legame di sangue. A loro non è mai importato niente, non hanno mai avuto bisogno di brave un nome al rapporto: per i bambini le cose sono intuitive».
I figli biologici e quelli acquisiti si amano allo stesso modo?
«Con quelli non tuoi hai attenzioni anche superiori, più morbidezza. Forse perché sai che possono sempre dirti: che vuoi da me? Tu non sei mio padre. Benedetta non me l’ha mai detto, matriarch avrebbe avuto ragione, nel caso».

Il servizio completo sul numero 23 di Vanity Fair in edicola da mercoledì 8 giugno 2016.

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