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Benedict Cumberbatch: «Silenzio, sto meditando»

Questa intervista è tratta dal numero 16 di Vanity Fair in edicola il 18 aprile

Benedict Timothy Carlton Cumberbatch, nato a Londra il 19 luglio 1976, attore. Segno distintivo: britannico fino al midollo. Con Eddie Redmayne e Tom Hiddleston appartiene alla triade degli attori super british che hanno conquistato Hollywood. Cumberbatch ha frequentato la Harrow School, una delle più prestigiose scuole maschili del Regno, che contende il primato a Eton, dove sono stati educati Redmayne e Hiddleston.

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In Inghilterra arte drammatica e teatro sono materie scolastiche, e gli attori che escono da quei collegi di élite sono molto preparati, colti, possono spaziare dal teatro shakespeariano alla tv, dalla produzione sperimentale al kolossal hollywoodiano.

Benedict Cumberbatch: «Essere Benedetto»

Cumberbatch è l’emblema di questa tradizione. La serie Sherlock l’ha lanciato, il ruolo di Alan Turing in The Imitation Game l’ha consacrato, con una nomination all’Oscar. Al successo professionale, si affianca quello familiare: sposato con Sophie Hunter, attrice pure lei, è padre di Christopher e Hal, di tre e un anno.

L’attore è a Londra per promuovere Avengers: Infinity War (al cinema il 25 aprile), nel quale torna nei panni del supereroe Marvel Dottor Strange, dopo esser stato impegnato con The Child in Time su Bbc One e mentre sta per uscire la serie tv Patrick Melrose su Sky Atlantic. Sottile, alto, elegante e gentile, sorseggia tè al ginger che si versa da un thermos argentato. «Ma non è una pozione magica da supereroe», scherza.

Da Sherlock Holmes ad Amleto, fino a Strange. Questo ruolo le ha fatto scoprire qualcosa che non sapeva di se stesso?
«Quando reciti, per entrare nella parte devi strappare uno strato di te stesso dalla superficie per rivelare cosa c’è sotto. È un lavoro che si fa ogni volta e mi piace pensare che imparo sempre qualcosa di nuovo. Anche guardando gli altri recitare».

Le sarebbe piaciuto essere un altro supereroe?
«No, non ero il tipo di bambino che fantasticava su questo tipo di cose. Non avevo un supereroe preferito e non ero un ragazzino da fumetti. A parte il Batman di Tim Burton, il primo film che ho visto in vita mia: a scuola tutti eravamo impazziti».

Che cosa le piace del Dottor Strange?
«L’idea che usi i poteri della mente e che sia un altruista. Si è lasciato dietro una vita dissennata e arrogante, e ora – uscito da una gabbia dorata – mette le sue capacità al servizio dell’umanità. Trovo molto significativa la scena in cui sta in piedi davanti alla finestra e guarda l’orologio rotto: tutto quello che gli è rimasto della sua ex vita materialistica di neurochirurgo ricco e playboy».

È vero che anche lei avrebbe voluto fare il neurochirurgo?
«No, non avrei mai potuto. Anche se sono molto affascinato da quello che fanno i neurochirurghi».

Lo scrivono i siti dei suoi fan…
«Sarà stato un errore di traduzione. Io ho sempre detto che ho avuto un’educazione privilegiata e che i miei genitori mi hanno incoraggiato a seguire la mia strada, qualunque fosse: avvocato, insegnante, medico. Anche artista… a parte attore (i genitori lo sono entrambi, ndr)».

Lei, invece, ha sempre voluto recitare?
«Non saprei di preciso da che età, ma l’ho deciso piuttosto presto. Poi a 18 anni ho avuto il coraggio di comunicarlo a mio padre. E lui ha detto che mi avrebbe dato tutto il suo supporto».

Strange va in Himalaya a ritrovare se stesso e un eremita diventa il suo maestro nelle arti mistiche. Lei dopo la laurea ha trascorso un periodo a Darjeeling in India, dove si è avvicinato al buddismo grazie ai monaci tibetani. La meditazione l’ha fatta entrare in sintonia con il personaggio?
«Certo. È una cosa molto profonda, che ti dà il potere di plasmare la mente e capire chi sei veramente. La meditazione è efficace anche come aiuto terapeutico per i malati di cancro e i malati terminali, per chi è sotto stress e per chi ha disturbi mentali. È provato scientificamente, non è qualcosa che si fa perché lo facevano i Beatles».

Per lei che cosa rappresenta?
«Uno strumento che permette di separarmi dai miei pensieri, creare spazio per rilassare il corpo e riportare ai ritmi naturali, tipo il sonno, che amo molto ma che purtroppo scarseggia da quando sono papà».

Medita tutti i giorni?
«Ci provo, ma non ci riesco. Anche se certo per farlo non c’è bisogno di una tuta da supereroe o di nanotecnologie, o di chissà che diavolerie da Iron Man».

Per lei, il momento migliore è la mattina?
«Sì, ma va bene anche la sera, per calmare la mente prima di dormire e ritrovare il metabolismo giusto, per esempio quando viaggio e ho il fuso orario sballato».

La meditazione l’ha aiutata anche nella sua carriera?
«Sì, è stata di grande aiuto. E sono contento di aver iniziato da giovane, molto prima di diventare attore. Oggi mi aiuta a concentrarmi e a tenere lontano il rumore di sottofondo e il clamore che la fama porta con sé. Aiuta a ricentrarsi, essere presenti a se stessi in ogni momento».

È una sorta di superpotere, quindi?
«Più che un superpotere, un potere universale. Ognuno ce l’ha o può averlo. E questa è la cosa che mi piace di più».

Per i buddisti la vita è sofferenza. Lei è d’accordo?
«È inevitabile. Non nel senso di grandi dolori e sofferenze che uno immagina sempre legati a disastri, incidenti d’auto, pallottole. La vita è un flusso e ognuno di noi sperimenta la sua sofferenza di ogni giorno. Siamo tutti diversi ma è molto più quello che ci unisce di quello che ci divide».

In che senso?
«Alla lotteria della vita ognuno nasce con un colore di pelle, un sesso, una condizione sociale, una educazione e quando questi elementi entrano in gioco si creano barriere e tutto si complica. Ogni essere umano sta su questa terra solo un breve periodo e la vita è un flusso che sale e che scende. Sembra semplice a dirlo, ma è molto più complicato da mettere in pratica».

Negli ultimi anni la sua vita è cambiata radicalmente. Con due figli ha ampliato la famiglia.
«Sì, come si fanno gli ampliamenti a una casa, ho un terzo garage…». Ride.

E la sua carriera ha avuto un’impennata improvvisa, dai tempi di Sherlock. Come la vive?
«Il rumore di sottofondo è aumentato, non c’è dubbio. Ma ci sono alti e bassi e certi giorni lo trovo strano, o divertente, o meraviglioso o invadente. La televisione ha cambiato tutto, perché è democratica e raggiunge molta più gente in tutto il mondo. È straordinario quante cose stiano accadendo tutte insieme».

Che cosa è la felicità per lei?
«Ahhh. Non credo di avere una risposta per questa domanda. Se uno cerca la felicità semplicemente vuol dire che non è felice, no?».

Se potesse avere un superpotere da usare nella vita reale, quale vorrebbe?
«Controllare il tempo, liberarmi del concetto di tempo. Andare avanti e indietro: sarebbe divertente. Riavvolgere e rivivere alcune scene. Anche viaggiare nel tempo, sparire qui e riapparire là. Mi piacerebbe un pochino anche poter volare, per la verità».

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