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Barzanò: ‘il viaggio, un modo per scoprire il mondo’. Il reporter …

“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare”. La famosa frase di Jack Kerouac l’ha citata il giornalista Emanuele Giordana per descrivere l’urgenza della sua generazione a inizio anni ‘70 di prendere e partire, viaggiando verso l’Oriente e conoscendo nuovi popoli e culture. Intervistato nella sala civica di Barzanò da Alfio Sironi dell’associazione Molo, il collaboratore de “Il Manifesto” e “Internazionale” ha parlato del suo libro “Viaggio all’Eden”: il percorso da Milano a Kathmandu che ha portato lui e la sua generazione di giovani italiani e europei alla scoperta dell’Oriente.

Emanuele Giordana

“Una tribù formata da ragazzi e ragazze tra i sedici e i venticinque anni, figli della contestazione del ’68 che voleva mettere in discussione tutto e che voleva viaggiare” l’ha descritta Emanuele Giordana che nel suo libro ha voluto raccontare ai figli e alle nuove generazioni l’epopea che aveva portato lui e tanti suoi coetanei in Estremo Oriente, passando per Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan fino a arrivare in India e infine Nepal. “La politica non ci bastava più e per tanti il viaggiare era diventata un vero bisogno” ha detto, spiegando come fosse proprio l’esperienza giusta per soddisfare la loro curiosità e sete di conoscenza del mondo. “Non avevamo l’assillo del tempo. Il viaggio era un modo per scoprire il mondo intorno a sé” un’esperienza così intensa e formativa da poter esser considerata una vera e proprio laurea.
Era un modo non solo per scoprire “chi fossimo e cosa volessimo veramente” ma anche per superare l’eurocentrismo che permeava la cultura e la trasmissione del sapere nelle scuole e nelle università in quegli anni. “Viaggiare è stato un modo per sprovincializzare la nostra cultura” ha detto Emanuele Giordana che alla conoscenza e al racconto delle vicende dell’Oriente ha dedicato poi la sua carriera professionale da giornalista.

A sinistra Claudia Beretta dell’associazione Molo

Neppure l’assenza dei telefonini, dei navigatori e di internet era un motivo sufficiente per rinunciare a appagare quell’urgenza di partire e di viaggiare che immediatamente rendeva parte di una comunità internazionale. “C’era tanto passaparola e ci si sentiva parte di una tribù nomade che si trasmetteva le informazioni essenziali: dove mangiare a poco, dove dormire e a cui chiedere quel piccolo obolo utile per proseguire il viaggio di ritorno”.
O magari per inviare una lettera a casa che arrivava regolarmente anche un mese dopo quando il percorso aveva preso una direzione inaspettata: “arrivati a Atene, vuoi non proseguire fino a Istanbul? E Teheran? Ormai andiamo fino a Kabul” erano le parole del gioco al rialzo, del passo ulteriore che la generazione di Emanuele Giordana non ha voluto lasciarsi scappare. Nonostante l’accoglienza positiva e la tolleranza di cui la tribù nomade dei viaggiatori europei sembravano godere presso le popolazioni locali, non mancavano anche contrattempi e screzi che potevano rivelarsi fatali per alcuni. “Sono finiti nell’assuefazione alle sostanze e non ne sono più usciti” ha ricordato Emanuele Giordana.

Il giornalista Giordana dialoga con Alfio Sironi

Sollecitato dalle domande di Alfio Sironi e dal pubblico, ha voltato il suo sguardo anche sulla contemporaneità, sulle trasformazioni vissute dalle regioni che venivano attraversate dai giovani viaggiatori negli anni ’70. “In alcuni paesi c’è la guerra dove allora regnava la pace e lo stesso si può dire del contrario(Siria): non si combatte più dove prima la violenza era all’ordine del giorno (Vietnam)”.
Di certo a distanza di anni non è venuta meno l’importanza del viaggio, “un’esperienza personale e unica che aiuta a superare i pregiudizi e a scoprire la tridimensionalità ai luoghi”, e del turismo, che “negli anni ’70 confermò come si potesse viaggiare anche più lontano” e che oggi necessita di “essere ben governato” per evitare di cambiare gli assetti urbanistici di una città e di uniformare e banalizzare luoghi diversi. Come accaduto a Kathmandu che, secondo il giornalista tornatoci di recente, è diventato una grande città e ha perso quelle caratteristiche capaci di renderla unica negli anni ’70.

Tra i luoghi preferiti dell’autore rimane l’Afghanistan dove “le speranze innescate dalla caduta dei Talebani sono state tradite” ma dove non è venuto meno l’impegno per la pace delle donne e degli uomini delle città tormentate da una guerra senza fine. Dopo il ritratto della situazione passata e presente del paese asiatico, un ultimo accenno l’autore lo ha dedicato alla professione giornalistica.
“Faccio questo lavoro per continuare a viaggiare” ha detto, rimarcando anche le differenze con il mestiere dello scrittore. In quel caso puoi permetterti di “non seguire la notizia ma di raccontare l’atmosfera di un certo luogo e situazione” secondo l’esempio di uno come Tiziano Terzani. A suo parere, fondamentale rimane in ogni caso l’esperienza del viaggio nel lavoro giornalistico perché in grado di dare “una prospettiva di lungo periodo”. Come quella che ha contraddistinto la serata di venerdì a Barzanò che ha trasportato il pubblico presente nella sala civica avanti e indietro nel tempo sulle orme dei viaggiatori degli anni ’70 e alla ricerca delle trasformazioni dei paesi dell’Oriente.

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