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Baja California: le strade blu delle balene

Nel minuscolo porto di Adolfo López Mateos la notizia si diffonde in un lampo. Ma sarebbe meglio dire in un baleno, vista la circostanza: «Se ne stanno andando, dobbiamo fare in fretta». Tutti insieme, come lanciati da una fionda, i barchini bianchi e azzurri partono all’inseguimento. Il nostro si chiama San Miguel, e cavalca le onde meglio che su una montagna russa. Onde serie, enormi, che se è possibile diventano anche più alte man mano che ci allontaniamo. I cactus sulla riva spariscono e la terraferma dietro, col suo deserto torrido e i tetti rossi e gialli della costa, è già solo un miraggio.

In bilico sulla cresta guardiamo gli altri equipaggi che pendono in bilico anche loro, e ogni tanto spariscono alla vista – paura! – inghiottiti dall’orizzonte blu. I giubbini si gonfiano al vento, gli iPhone rischiano grosso, ma nessuno li mette via, qualcuno grida, piano per non sembrare pavido. Nessuno, in questa scena da Pinocchio, pensa neanche per un attimo di tornare indietro.

Se ci troviamo a fare surf in mezzo all’Oceano Pacifico su malfermi gusci d’uovo, infatti, la ragione c’è: stiamo condividendo la stessa acqua con le balene grigie. Enormi (raggiungono i 15 metri), bellissime (guardatele da vicino nell’occhio grande come un pozzo, vi riguardano subito enigmatiche, quasi dolci), davvero tante (20 mila), sulla rotta del Pacifico, circa 10 mila chilometri che percorrono ogni anno tra il Mar Glaciale Artico e qui, dove le aspettiamo noi: la leggendaria penisola messicana della Baja California.
Ma l’esercito dei giganti nuota per 120 km al giorno, ed è pronto a seminarci dileguandosi nell’abisso.
L’incontro è di quelli da ricordare per sempre.

Anche chi ha già visto i cetacei in altri santuari del mondo, magari in Massachusetts o in Sudafrica, non teme il déjà-vu: questa è una vera zuppa di balene, il cui arrivo è annunciato da un sordo ma potente colpo al barchino. La balena infatti ci sperona. «Non vuole ribaltarci, altrimenti lo avrebbe già fatto. Sta solo dicendo che ci ha visti. Lo sa che siamo qui», dice il nostro marinaio, all’apparenza poco più che minorenne, in realtà un vero nocchiero con tenacia da capitano Achab, che ha seguito con noi per ore ogni tuffo, ogni spruzzo, avvicinandosi a quel corpo fantascientifico che da vicino è cangiante, pieno di incrostazioni, quasi uno scoglio. Sono due, in realtà: mamma e figlio.

Perché qui a López Mateos la balena grigia entra nella baia per partorire, poi paziente si mette a insegnare al piccolo a nuotare controcorrente prima di affrontare l’oceano. Madre e cucciolo procedono appaiati, e quando lei si immerge dopo aver respirato con il suo schizzo a idrante, sposta la pinna verso il balenino e lo copre, con quel gesto universale dei genitori che dice «Ma dai, è facile!».

Trovarsi lì in quel momento affettuoso tra balene vale l’intero viaggio. Per essere sicuri di trovarle, febbraio è il mese garantito, il resto va a fortuna. Dopo aprile dimenticatele, sono già a nord.  E comunque un viaggio qui in Baja California è di quelli che consigli a chiunque: chi sogna l’on the road con deserto, nuvole e cactus a non finire, chi invece vuole il mare, e lo vuole stupendo come alle Maldive (è così: segnatevi Cabo Pulmo, per i coralli), chi cerca un po’ di movida e possibilmente un chiringuito pieno di surfisti abbronzati in gap year, chi, sempre più difficile, non vuole dormire mica nel camper ma al top, in un grande albergo che ti coccola come un re, con servizio impeccabile ma, sempre più difficile, detesta il posto formale senz’anima che potrebbe essere ovunque.

Per avere tutto questo in un solo viaggio, noi abbiamo inventato il concetto che chiamerei «5 stelle belle stalle», cioè miscelare nello stesso itinerario esperienze ultrasportive, anche il campeggio se vale la pena, con sprazzi indimenticabili di estremo lusso. Così siamo partiti da Las Ventanas al Paraíso, il leggendario indirizzo (fa parte dei Rosewood Resorts, miglior albergo in Centramerica 2015 ai World Travel Awards, gli Oscar degli hotel, per dire) che si nasconde per la gioia delle star di Hollywood al km 19,5 della Carretera Transpeninsular, a Los Cabos.

Las Ventanas è il tipo di paradiso alberghiero dove non sfigura Jennifer Aniston con le amiche (il volo da Los Angeles a San José dura 2 ore e mezzo), e dove la camera è una villa con piscina sulla spiaggia percorsa solo da cavalli al galoppo come in un film, dove esiste un «addetto al camino», una «director of romance» (si chiama Claudia: chi vuole sposarsi in Messico può cercare lei), un maestro della colazione a cui chiedere una spremuta di erba (niente di illegale: germe di grano) molto healthy ma anche le migliori huevos rancheros mai viste, molto happy. Una spa-oasi piena di palme, un maestro della tequila e del mezcal, in ascesa nei più fighi bar del mondo, infine un idromassaggio in terrazza che magicamente si riempie da solo a una certa ora, decisamente sexy.

Da qui, l’itinerario che risale la Baja del Sud è facile, praticamente una sola strada (noi per organizzarlo abbiamo utilizzato la piattaforma Fluidtravel, dell’operatore italiano «su misura» Alidays) che tocca il paesino stile Frida Kahlo di Todos Santos, la verace La Paz, con i suoi squali balena, i leoni marini, l’incredibile mare di Playa Balandra (un cristallo, da urlo) e, gran finale, l’arcipelago di Isla Espiritu Santo. Dove si dorme in spiaggia in un inaspettato sea safari camp (bajacamp.com). Che siano 5 stelle o milioni dormendo sotto il cielo, questo Messico sarà spaziale.

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