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Amore di Donna

È la storia di Maria, una bambina privata della propria età di mezzo e diventata adulta senza mai essere stata autenticamente ragazza, che si trova consegnata a «una vita, in continua lotta con la sua solitudine, che ha cercato in ogni modo di coltivare come un fiore».

Una donna vestita di rosso e una di bianco attendono l’ingresso del pubblico in sala. Sembrano di buon umore, si intrattengono con confidenza in un dialogo che presto assumerà toni amari e nostalgici. «Spettacolo originale che racconta attraverso il tema del viaggio, la storia dell’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri seguendo i passi di due donne in attesa», Amore di Donna nasce e si sviluppa su una fondamentale domanda: «Che cosa mi manca?».

La risposta, contenuta in estrema perifrasi nello stesso titolo, si moltiplica, voci registrate si accavallano e tornano più volte nel corso della rappresentazione, restituiscono una ricorrente e ambivalente percezione di inadeguatezza e speranza. La scenografia e la sceneggiatura sono densissime, coprono ogni centimetro quadrato della Sala Specchi con «suoni, musica, valigie e bauli, fotografie ingiallite, parole lontane», senza purtroppo evitare di apparire stucchevoli nel rimandare a una pesante impressione di déjà vu, oltre che a una sterile e forzata ridondanza.

Debole nell’edificare il proprio contesto di riferimento (al di là di un suggestivo uso in multi-proiezione di filmati d’epoca) sia dal punto di vista storico (di un’Italia che, dopo il ventennio, divenne Repubblica), sia da quello geografico («l’Italia del nord e l’Italia del sud, l’Italia che cambia per restare sempre uguale»), in Amore di Donna vedremo agire e patire «una donna nata nel 1935 a Milano da una famiglia calabrese» e, attraverso «le sue memorie, i sogni, i desideri, le scelte e i rimpianti, della sua generazione ma anche della nostra», mostrarsi il peregrinare «alla ricerca di una risposta, un indizio, una traccia per capire gli uomini e le donne che siamo diventati».

La regia di Riccardo Marotta anela, allora, a un audace tentativo di parallelismo tra micro e macrocosmo, mira all’intimità di una donna che, mentre dialoga con l’Altra, sta in realtà raccontando se stessa e un intero ecosistema socio-culturale. In questo complicato incrocio, Marotta innesta anche un’elevata dose di metateatralità, introducendo l’annosa questione dell’arte tramite l’attualità di riferimenti a come sarebbe vivere in un teatro e al destino di spazi che chiudono o vengono sgomberati (a Roma sono recenti i casi dell’Angelo Mai e della Casa Internazionale delle Donne, ma, nel nulla dell’amministrazione culturale Capitolina, gli esempi potrebbero sprecarsi).

Tuttavia, più che un testo a tratti pedante e privo di lirismo, un intreccio malauguratamente piatto come un tavolo da biliardo o l’inconsistenza di una visione vintage estremamente mitizzata, a pagare dazio è stata una restituzione attorale continuamente ammiccante negli sguardi e tenacemente ironica negli interludi, dunque palesemente finalizzata a una costante ed estenuante ricerca della complicità del pubblico. Jessica Granato e Arianna Barberi cadono infatti nella trappola di un’inopportuna sensazione di autocompiacimento nel momento in cui, dovendo cambiarsi d’abito, cantare, suonare e palare a più voci (i dialetti), sembrano faticare rispetto a un compito – almeno allo stato attuale – troppo grande per le rispettive capacità espressive.

Ma la principale grana di Amore di Donna, quella che appare inficiarne la crescita, sembra risiedere non tanto nei tecnicismi o nell’interpretazione (aspetti che il tempo e il lavoro potranno certamente affinare), quanto nella sua intenzione di fondo, ossia in una monocorde impostazione ideologica, nella semplicistica concezione secondo la quale sarebbe deterministicamente possibile «raccontare la nostra storia attraverso il passato, un passato che ci appartiene e che ci ha reso quello che siamo oggi» e, così facendo, parlare candidamente, se non proprio retoricamente, a nome di intere generazioni di ieri, oggi e domani.

Una manifestazione di sconveniente narcisismo che rischia seriamente di ascrivere Amore di Donna nell’orizzonte delle anime belle, di chi non riesce a vedere con sguardo critico e costruttivo (quindi creativo) il legame esistente tra responsabilità del passato, rischi del futuro, opportunità del presente e considera essere di conforto emozionale la semplice e ingannevole immersione in un tempo andato idealizzato (come in questo caso) o depauperato dei propri elementi negativi (come nel caso di spettacoli esclusivamente critici dei nuovi strumenti digitali).

Lo spettacolo continua:
Teatro Studio Uno
Via Carlo della Rocca, 6 (Torpignattara)
24-27 maggio 2018

Amore di Donna
di e con Jessica Granato e Arianna Barberi
regia Riccardo Marotta
foto Manuela Giusto

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