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A Pitti Uomo la radiografia della moda italiana: dalla virata green ai timori per dazi, Brexit ed Europee

L’industria italiana della moda maschile regge ma non corre e le prospettive economiche per il 2019 sono appese alle tensioni per la guerra dei dazi, agli esiti incerti della Brexit e alle elezioni europee. Insomma: teniamoci forte.

Il punto sull’andamento della moda maschile e le scommesse sulle tendenze del futuro – che confermano la virata green del comparto – sono emerse dal salone Pitti Immagine Uomo, l’evento internazionale sulla moda maschile più atteso dell’anno. Dall’8 all’11 gennaio, Firenze è stata invasa da fashion blogger, modelle, compratori e semplici modaioli che hanno animato per quattro giorni di sfilate, presentazioni, ed eventi di vario genere non solo la Fortezza da Basso, ma la città intera. Sui 60mila metri quadrati della superficie espositiva ufficiale si sono messi in mostra, in 13 diverse sezioni, 1.230 marchi di moda, di cui 568 esteri. Un quota in costante aumento (ora pari al 46% del totale) che conferma l’appeal sempre più internazionale del salone che guarda all’estero alla ricerca di stilisti da mandare in passerella, ma soprattutto per i compratori, perché è proprio sull’export che fa affidamento la moda italiana.

Il salone riunisce ogni anno (due volte l’anno) i protagonisti del fashion mondiale e i più grandi esperti di moda per sentire il polso del comparto e cercare nuovi stimoli in grado di dare una spinta decisiva al mercato.

 

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Che nei primi mesi del 2018 ha dimostrato una certa vitalità smorzata però nel tratto finale dell’anno come a voler preannunciare un nuovo periodo di criticità. Secondo le imprese intervistate da Confindustria Moda, il 2019 non sarà un anno di allarme, ma probabilmente di stagnazione, di riflessione dopo qualche mese di corsa.

Il 2018 infatti era partito sotto i migliori auspici. Dopo una prima parte dell’anno particolarmente positiva, soprattutto per quanto riguarda l’export che nei primi tre mesi aveva segnato +5,5%, l’andamento del comparto ha subìto un rallentamento sui mercati esteri a partire dall’estate, a cui si è aggiunta, per quanto riguarda i consumi interni, la peggior performance registrata dal 2013. Tuttavia secondo le stime elaborate dal cento studi di Confindustria Moda, nel 2018, la moda maschile italiana (s’intende l’insieme di maglieria, camiceria, cravatte e abbigliamento in pelle) ha registrato un fatturato in lieve crescita, pari a +1,5% toccando quota 9,4 miliardi. Il valore della produzione, però, risulta in calo del 2,8% rispetto al 2017.

Nonostante la decelerazione della seconda parte dell’anno, i dati confermano che a trainare sempre più il comparto è l’export che sopperisce almeno in parte ad un mercato interno ancora fiacco, -4,6% la stima per il 2018. L’incidenza dell’export sul fatturato totale è salita al 67,1% (era al 65% nel 2017) con una crescita 2018 del 3,9% che ha portato l’esportazioni verso l’estero sopra i 6,3 miliardi. In crescita anche l’import che, con un balzo 2018 stimato intorno al 6,4%, ha superato i 4,2 miliardi, andando a incidere sull’attivo commerciale italiano che registra 15 milioni in meno rispetto al 2017.

Altre indicazioni interessanti arrivano dalla fotografia dei principali mercati di sbocco della moda maschile italiana. In Europa brillano la Svizzera (+20,5%) in quanto piattaforma logistica per l’esportazione delle produzioni italiane, il Regno Unito (+8,1%) ancora al sicuro dagli effetti della Brexit e la Germania (+3,5%) storico partner privilegiato per la moda italiana. Fuori dall’Europa si fanno notare gli Stati Uniti (+2,8%), la Russia (+6,4%), ma soprattutto la Corea (+18,2%) e la Cina (+27,7%).

Infine, per quanto riguarda la distribuzione si confermano le tendenza già in atto. Le catene monomarca o di franchising coprono il 35,5% del mercato, e i grandi magazzini il 10,6%. Il canale tradizionale della vendita al dettaglio continua il trend di calo (-8%), ma mantiene tuttavia il 26,5% della quota di mercato. Segna una battuta d’arresto, dopo il balzo del 47% segnato tra il 2016 e il 2017, il canale digitale che pesa per il 7%.

Se sul fronte economico, il 2019 sarà un anno da tenere d’occhio per le possibili criticità legate al commercio mondiale e ai fatti politici più rilevanti, su quello delle tendenze non potrà che ufficializzare la svolta green del comparto. L’ecosostenibilità è ormai diventata la parola chiave anche nel mondo della moda che cerca materiali creativi e alternativi, provenienti dalla pratica virtuosa del riciclo e non solo.

Nei quattro giorni di salone sono stati molti i marchi che hanno presentato collezioni eco: Tretorn, che insieme al finlandese Makia ha lanciato una linea di impermeabili in poliestere riciclato; il marchio RÆBURN; Ecoalf che usa reti da pesca scartate, bottiglie di plastica e pneumatici usurati; Esemplare con tessuti catarifrangenti con fibre di vetro e tagli laser; Ecodown Fibers ha portato a Firenze la piuma sintetica 100% riciclata da bottiglie di plastica; Save the Duck ha celebrato l’impresa dello scalatore vegano Kuntal A.Joisher che ha raggiunto gli 8.516 con una tuta del brand; Nous Etudions; Yatay con le sue sneaker realizzate con materiali eco-friendly; Aeance che propone tessuti riciclati al 96%, naturali e biodegradabili; Clarks, promuove il viaggio responsabile del brand nella produzione di scarpe 3.0; Riz, il brand britannico i cui shorts sono realizzati con bottiglie di plastica riciclata. 

Se da una parte i prodotti ecologici e vegani sono diventati di tendenza e stanno avendo successo nel mondo della moda, così come in quello alimentare e dei cosmetici, dall’altra il tema della sostenibilità ambientale per l’industria della moda italiana e mondiale è davvero cruciale per il futuro del comparto e dell’ambiente. Il comparto tessile e abbigliamento in Italia rappresenta il terzo settore manifatturiero con 50mila aziende e quasi 450mila addetti.

E le produzioni tessili sono caratterizzate da processi notevolmente impattanti dal punto di vista ambientale, in termini di consumo di risorse naturali, soprattutto di acqua ed energia elettrica e utilizzo di prodotti chimici. In particolare, a processi come la tintura, la stampa e il finissaggio, viene imputato un grande consumo di acqua e di sostanze chimiche dannose per l’ambiente e per l’uomo. Il settore tessile-abbigliamento rappresenta la sesta attività produttiva che più incide sulle emissioni di gas serra, circa il 10% dell’emissioni globali.

Negli ultimi anni è molto aumentata l’attenzione internazionale verso i temi della sostenibilità ambientale che ha portato il settore tessile ad essere oggetto di pesanti critiche in merito agli impatti ambientali e sulla salute umana, per lo spreco di risorse naturali, i costi dell’energia, per l’inquinamento dell’aria e delle acque, fino al tema dello smaltimento dei rifiuti. Un problema  molto complesso, che non si risolve soltanto presentando collezioni fatte con scarti di bottiglie di plastica per quanto, tuttavia, sia la strada maestra per sensibilizzare il consumatore.

Ma per l’industria della moda, la vera sostenibilità non sta soltanto nell’uso di materiali ecologici, ma piuttosto nel cambiare l’intero paradigma della produzione, puntando al risparmio delle materie prime e delle risorse economiche, ma anche al rispetto della salute dei lavoratori e dei consumatori. Insomma tutto ciò che rientra nella cosiddetta produzione “responsabile” che non si manifesta soltanto sulle passerelle, ma anche e soprattutto lungo tutto il processo produttivo.

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