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30 milioni le bambine a rischio mutilazione genitale nei prossimi …

C’è chi dice che ci sia una certa reticenza, tra donne che hanno subito mutilazioni genitali, ad ammetterlo. Altri dicono che no, tra persone conterranee il dialogo è del tutto normale e aperto. Alcuni parlano della pratica del “viaggio delle bambine in visita ai nonni” nelle zone d’origine per praticare ciò che qui è illegale, sia diffusa. Altri, che quegli stessi viaggi rientrino nell’aneddotica sul tema. Il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili è tanto difficile quanto complesso: da descrivere, prima ancora che da affrontare. Si parla di stime, di dati che si accavallano gli uni altri cercando di delineare quanto diffuso sia, chi riguardi (oltre la risposta adeguata, che sarebbe “tutti”) e chi potrebbe coinvolgere nel futuro.  

  

I DATI
 

Il rapporto EIGE emesso dal Parlamento europeo nel 2012 parla di 180mila bambine a rischio ogni anno e 30 milioni nei prossimi 10 anni, in tutto il mondo. Ma la previsione è di sei anni fa.  

 

“Si stima che in Italia, alla fine del 2016, le donne adulte (dai 15 anni in su) che hanno subito mutilazioni genitali femminili siano state dalle 60 alle 80mila” spiega Patrizia Farina, Professore Associato dell’Università Bicocca di Milano, che ha presentato uno studio basato su 1400 partecipanti di diverse nazionalità (oltre dodici). 

 

La maggior parte delle donne (oltre il 72%) ha risposto “No” alla domanda: “Ritieni che la pratica dovrebbe continuare?”. L’1,2% si è rifiutato di rispondere, mentre il 13,5% ha risposto “Sì” (diventa 10% nel caso di donne mutilate che hanno avuto figli), che unito al “Non so” (3.4%), porta a un oltre 17% di donne che ritengono che la prosecuzione debba continuare. L’8,3% che ha scelto l’opzione “medicalizzata”. 

 

Nella lettura dei dati è necessario considerare che le MGF non hanno la stessa valenza ovunque: la “resistenza” della pratica, per esempio, risulta particolarmente forte nelle donne provenienti dalla Nigeria, ma questo, spiega la docente, dipende dal fatto che in Italia il flusso migratorio arriva in maggioranza da una particolare regione meridionale del Paese a grande tradizione scissoria.  

 

Le ragioni per cui le partecipanti alla ricerca spiegano che sia importante mantenere la tradizione, variano a seconda della provenienza e anche in questo caso il picco di “offre migliori prospettive matrimoniali” o “dà più piacere all’uomo” si incontra con percentuali più alte in Nigeria (vedi sopra) e Burkina Faso. 

 

Di tutte le ragioni, “l’approvazione religiosa”, in generale, è l’ultima (5,2%). Come aveva spiegato il professor Aldo Morrone proprio sulle pagine de La Stampa, le mutilazioni sono molto meno legate a ragioni religiose di quel che narra il sentire comune.  

  

I PROGETTI
 

Del tema si è discusso a lungo nell’ambito di un incontro promosso da Fondazione L’Albero della Vita a conclusione di CHAT – Changing Attitude. Fostering dialogue to prevent FGM, un progetto di sensibilizzazione e prevenzione.  Sei i Paesi coinvolti – Italia, Portogallo, Austria, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito – da un lato nell’azione di coinvolgimento delle comunità di Paesi a tradizione scissoria, dall’altro con il coinvolgimento del settore privato. Di questo si è occupato Daniele Maio, responsabile corporate della fondazione: “Abbiamo portato a compimento la prima fase del progetto, cioè quella della diffusione, alla quale hanno risposto quattro aziende (Gucci, Swarovski, A2A e ACU), e anche se il secondo passaggio, quello della formazione interna alle imprese, è andata al di sotto delle aspettative, sappiamo che è questa la strada giusta”. D’altronde, non è facile in Italia trovare sponda parlando di una pratica che viene percepita come distante e che riguarda due minoranze (immigrate, donne) e che per giunta tira in ballo il corpo e la sessualità.  

 

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