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2 giugno non solo avanzamenti I conti che non tornano

Politica della presenza

Sulla base di tali dati e riflessioni, diventa cruciale, anche a fronte delle attuali emergenze socio-economiche, ripensare una “politica sostanziale della presenza” che sappia ricollegare la forza trasformativa della società civile con gli ambiti decisionali della politica istituzionale, passando attraverso una riforma radicale del processo elettivo della rappresentanza di genere. Rimane tuttavia aperto il problema di come si possa ridare dignità all’esercizio del voto (verso il quale molto femminismo storico ha mostrato la sua profonda avversione) nello sfaldamento dei partiti e di come far sì che la sua “qualità” possa “contare” nelle scelte pubbliche, cercando di riportare ad esprimere le proprie preferenze quelle donne che hanno scelto di uscire dal sistema elettorale.
Risulta anche complesso capire come sia possibile promuovere attività che incentivino la formazione politica delle donne, grazie anche allo scambio di buone pratiche, e come sia possibile mantenere un contatto costante e proficuo con la base territoriale che si rappresenta, cercando di interpretare bisogni provenienti dal basso, spesso negati, anche a nome di chi voce politica non ce l’ha o ne ha poca, come nel caso degli immigrati, dei marginalizzati, delle minoranze morali, dei richiedenti asilo o rifugiati. In tal modo, la leadership femminile potrà influire sull’agenda politica in modo sostantivo.
Tuttavia, se il problema della rappresentanza femminile/ di genere (nella relazione fra quantità delle donne presenti e la qualità delle loro richieste politiche) è stato affrontato a partire dalla centralità del “corpo sessuato e situato”, tuttavia le questioni di genere non possono essere ridotte ad un problema che deve essere rappresentato soltanto da donne. Si tratta, infatti, di problematiche che interessano l’intero Paese, le sue riforme politiche, gli interventi economici, ma anche la questione morale. La transizione da una rappresentanza puramente formale a una democrazia deliberativa, sostanziale e paritaria, diventa urgente, proprio nel momento in cui gli Stati dell’Unione Europea, pur in un’ottica sovra-nazionale, sembrano diventare sempre meno Welfare State e sempre più organismi di controllo amministrativo, spinti da un’agguerrita globalizzazione finanziaria, la cui velocità sorpassa confini nazionali, norme e tempi delle decisioni parlamentari, e travolti da tendenze xenofobiche.
Che il 2 giugno sia un’occasione per ripensare la politica come rinnovamento e inclusione. Come scriveva Hannah Arendt in Vita Activa: “Il fatto che l’essere umano sia capace d’azione significa che da questi ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile.” E la politica, piuttosto che una tattica strumentale, deve essere una prassi trasformativa, che parte dal far sentire la propria voce e far pesare il proprio voto, come elettrici ed elette. Che i sacrifici e le battaglie di chi ci ha preceduto, non siano state vane.

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